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Pallina bianca – Gli Angeli si riconoscono anche al buio

“Londra, sei d’accordo? Mi sembrava una buona idea”.
“È sicura? Intendo, incontri solamente lei? Non rischiamo?”
“No, non rischiamo” – “E…”
“E probabilmente ci sarà del materiale, sì, se è quello che intendevi sapere”.
“E come farà?”
“L’ho messa a lavoro, le ho detto di scaricare i file. Vedrai che arriverà a qualcosa. È in gamba e …si fida”.
“Perché si fida?”
“Beh, anche tu ti sei fidata anni fa”.
“A volte o ti fidi o non si fa nulla, a volte è così.”

* * *

Carico i file ritrovati sul mio pc su un pen drive e sul mio telefonino.
In effetti l’antivirus ci voleva: molta immondizia in giro nel mio hard disk.

Ssssuip!

Il Biglietto sotto la porta!
Il gatto scatta, io dietro a lui.
“Perché indosso il tacco 7 in casa?”
Apro la porta, mi volto a sinistra, a destra, mi affaccio alla rampa – sento che al piano di sotto prendono l’ascensore – “Signora, è lei? Signora!” – chiamo per le scale, potrebbe essere la vicina al piano inferiore.

Sbam!
La porta dell’ascensore si chiude.
Clanck!
Apre il portone la vicina ma nemmeno le rispondo – quindi volo (con il gatto che mi segue) alla mia finestra: se qualcuno esce, lo vedrò, no?
Attendo 5 secondi.
La porta è aperta, il gatto fugge al piano di sotto e raggiunge l’atrio. C’è un tipo, il gatto lo assale e lui fugge: “Eccolo!” – lo vedo fuggire dall’arrivo affacciandomi alla finestra.
“Scusi! Scu-u-siiii !”
Taxi – si infila, vola via. Riconosco un pantalone nero, una giacca scura, un cappello, un uomo di spalle chinato per entrare in taxi. Statura media. Chi sarà stato?

Il gatto rientra. Chiudo la porta. Apro la lettera. Un biglietto. Non due?
A Wembley, da sola?
Preparo un thé e mi distraggo paragonando le pubblicità sulle mie riviste, fantasticando sui capi della collezione Natural di H&M appena uscita e la Divided.

Il giorno dopo, a valigia chiusa e sul l’aereo, penso a Londra, al fatto che sono anni che non la visito ma stranamente non sono molto eccitata, sono distratta da tutti gli eventi degli ultimi giorni.
Volo: ai controlli il solito show delle scarpe, delle cinture, consapevole che gli “attentatori” abbiano già vinto togliendoci tempo e soldi e regalandoci ansia e corse al gate, con i controlli in aeroporto.

Vi risparmio volo ed atterraggio, taxi, Victoria Station che racchiude molteplici ricordi di adolescenza ed infanzia. I fiorai, i treni, il caffè nero, WH Smith e le penne colorate, i colletti bianchi, i pettorini rossi degli operatori.

Tra un indefinito numero di “Mind The gap, stand clear”, scendo a Piccadilly ed arrivo dal cliente.
Riunione.
Metto la testa altrove per qualche ora ma poi alla fine cerco il mio pen drive.
“Ho tutto, perfetto.”
Mi guardo oramai davanti e dietro mentre cammino, come nel rugby.

Ceno in hotel per fuggire ad un gruppo di colleghi che andranno al ristorante italiano.
Pessima idea e troppi sconosciuti in giro. BBC in hotel, pudding for dinner e a nanna.

Il ragazzo di miele mi chiama per la buona notte, rapidamente ma sereno. Mi dice che ci vediamo al concerto.
A Wembley. Mi dice che non vede l’ora.

Mai stata a Wembley.
Lo desideravo tanto ed ora ho solamente in mente l’incontro con lui. Non solo “chissà chi è” ma anche “chissà com’è”.

Trascorre la notte tra sogni di distese di miele e labbra da baciare.

Ed eccomi qui, al mio posto assegnati per il concerto. “bel posto, però, mi hanno trovato”.
I file sono con me, ben custoditi nei miei jeans. Che file saranno… Mi suonavano nuovi, con estensioni stranissime.

Tante persone, tanta gente che attende l’ingresso del divo. Urla, giovani ragazze isteriche, 40 enni ex fan dei Thake That nel delirio. Canticchio tra me e me “I want you back”. Sono sul pezzo anche io, musicalmente parlando.
Hanno appena finito il sound check, non c’è gruppo spalla in apertura. Solo Robbie.

…Cavolo! Robbie Williams sta per iniziare a cantare qui in questo imbrunire londinese ed io aspetto di vedere un ragazzo che non so chi sia ma … So che “sa di buono”: devo essere pazza.
Comunque il tipo non si vede.
Ad ogni buon conto, per circa 20 volte mi son guardata allo specchietto per controllarmi trucco e capelli.

Inizia il concerto, ho il suo posto vuoto, accanto a me. Un po’ mi rode.
Una canzone, due canzoni, tre.
Il pen drive è nella tasca, controllo, ho i file.
Ancora Nulla, nessuno. Uffa-a-aaa.

Attacca l’intro di Angel: ” …A lot of love and affection…”
Sento d’un tratto una presenza. In un istante un abbraccio mi avvolge le spalle “Sono io, Amore”.
È lui, mi bacia sul collo, ma non posso voltarmi per come mi tiene. Sento i brividi e un senso profondo di ricomposizione, ricongiungimento: come se stare assieme fosse esattamente il nostro posto.
Sento il suo odore, è esattamente come lo immaginavo: muschio bianco, miele, ruvido e piacevole al contempo.
Mi volto: ha un cappello, una visiera, una sciarpa.
Non lo vedo!
Non capisco com’è fatto.
“Amore, non riesco a vederti!”
In più, è buio, per un incredibile gioco di luci non riesco a guardarlo negli occhi, e aggiungo:
“Amore fatti vedere, avvicinati”.
“Si” – e di colpo mi bacia in maniera appassionata, con forza mi stringe e avverte: “Amore, non voltarti, vediamo anche il concerto assieme ma non cercarmi di guardarmi. Sono quell’angelo che può proteggerti ma comprendimi, non posso permettere che tu mi possa vedere e riconoscere, è rischioso. Non posso ora”.

La faccenda si complica.
“E non potrò mai vederti?”
“No, non potremo”, esita “Almeno non ora”.
Che confusione, e che dolore, che coltellata, che sofferenza e che bello però saperlo lì, accanto a me.
Mille emozioni tutte assieme.
Mi ero abituata al fatto che non fosse “l’architetto di Milano” ma non alla sua possibile assenza dalla mia vita.

Io ero innamorata.
E lui, non soffriva?

“Tra due canzoni esatte passami i file, ok? Io ti sono accanto. Io adoro starti accanto. Sei tu il mio show, il mio spettacolo più bello.”

Eccolo, solo conferme. Era cotto, anche lui.

Va esattamente così: trascorre il tempo dello spettacolo con me. Mi bacia per tutto il tempo dell’ultima canzone. Il mondo attorno a noi è nell’euforia, noi siamo ipnotizzati da un insieme di sensazioni di cui abbiamo bisogno: noi, proprio di noi, abbiamo bisogno, e quei baci valgono una intera vita.
Stordita, ascolto dire sottovoce “Starei con te a lungo …anzi no ! …sempre! ma ora faccio un altro lavoro. È ovvio… che non sono architetto ma ora devo proteggerti. Sono il tuo Angelo custode.”
Ultima canzone. Finiti i bis.
“Amore, devo andare. Potrei essere da te in questi giorni, ma ti avviso prima – devi scusarmi. ”

Gli passo il pen drive. Non faccio domande.
Mi fido.
Mi stringe, abbasso la testa, mi bacia la fronte, la rialzo, è scomparso.

Una stretta al cuore.

Luci su on. Sento miele ovunque.
Come se a Wembley fosse primavera.

Il ricordo del mix di immagini oscure e sensazioni chiarissime mi porta in hotel.

Concerto unico, non c’è che dire. Un ritorno in taxi difficile, attesa e freddo ma addosso una vibrazione, un aurea di amore e di incapacità di capire tutto.

Sono a letto.
Lo vorrei e mi chiama.
Quando lo cerco, mi chiama sempre.
Come fa? È come un contatto radio di origine istintiva, sempre attivo.
Non ho il suo numero ma lui non mi perde mai di vista.

Ho avuto aria tra le sue braccia.
Ricordo il colore della sua pelle, la forma delle mani, ben curate.
Bei jeans, i Jeckerson, il pullover blu marina.
Ora dormo e spero che torni, domani riunione poi aereo.

Dove sarà.
Cosa faremo.
Non posso permettermi di parlare al plurale eppure mi viene naturale.

Pallina bianca, fai accadere qualcosa che ci porti vicini più a lungo.

* * *
“Presi?”
“Si, Vediamo cos’è.
“Si ora ti dico. Ti chiamo tra un’ora. ”
– “Si mi ha dato tutto quello che ha trovato sul suo pc. Stai tranquilla, c’è la facciamo ma fai vedere a me prima, ok?”.

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