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Pallina Bianca – Il filo resistentissimo ed invisibile

danishstay1

“Abbiamo un autista”.

Quella frase l’avevo taggata.

Ora era nella mia mente come “il presagio”. Dentro, io sentivo un allarme suonare da circa 40 ore.

Da un mese a questa parte, arrivava regolarmente la buona notte da innamorati, dopo la quale svolazzavamo sotto al piumone leggeri ed uniti. Dopo l’opera invece segue una mattina di inspiegabile buio. Su chat, nulla; suoi post, nulla. Disorientata, non volevo scrivergli troppo per non insistere o apparire come un’ansiosa scocciatrice.

Volevo pure tirarmela un pochino !

Ci mancava l’aria al pensiero di due settimane lontani e separati dal fuso orario. Questo blackout era inspiegabile. Eppure nulla di nulla.

Mi aveva eclissata.

Passa un giorno, ne passano due. Per una serata tra amici non mi avrebbe mai trascurata cosi’, ne ero cosi’ certa da apparire idiota davanti alle mie amiche. Mi sentivo idiota pure io, ma ci credevo.

* * *

“Ha avuto un incidente. È in coma farmaceutico, ha preso una forte botta. Ho recapiti di persone che lo assistono. È in ottime mani. È vivo, non so altro. Appena so tu sai, ok?”.

Vibra così la mia chat alle 4,30 di un mattino inquieto in cui ero sveglia già da un’ora.

Il dolore e la confusione si mescolano in pochi secondi come il latte che macchia il caffè: l’amica che lo ha incontrato nella mia fase incerta sa molte cose di lui. Quel ragazzo è forse in fin di vita, chissà dove. E mi scrive lei !

Arriva poi il miele in quella tazzina di caffè macchiato perché “Lo sapevo!!!” – penso – “per questo non mi aveva agganciata da ore oramai.” Poteva essere solo per questo.

Primo pensiero: siamo lontanissimi, io e lui.

Secondo pensiero: capire meglio, quindi rileggo il messaggio. Vado su web e cerco le notizie dell’ultima ora, ma nessun italiano in giro sta facendo danni, almeno secondo il motore di ricerca.

Sto per svenire. Il cervello si chiude al pensiero che siamo lontani, diamine, siamo insormontabilmente lontani… o no. Oppure no.

Cercò furiosamente biglietto aereo e visto. In 3 ore avrei ottenuto tutto. In 4 giorni sarei stata da lui.

Sono le 5 del mattino. Non riescono a piangere. Il pensiero del visto mi ha fornito energia. Riprendo a pensare.

“È uno scherzo, del cavolo, anche”. Cerco di chiamarla.

Telefono scollegato. Lei non risponde. Ma che succede! Qualcuno mi spieghi cosa succede o venga a piantarmi una coltellata qui sullo stomaco ora.

Preparo una borsa, posso essere in aeroporto in 20 minuti. E’ il mio secondo elemento (ridicolo) tranquillizzante.

Mi riattiva, sono di nuovo razionale: lui non fornisce recapiti, a me, ma lei addirittura conosce il suo stato in anteprima in caso di pericolo. Non ho risposte per questo sillogismo. Non so cosa farci per ora. Precipito minuto dopo minuto in uno stato di dolore interno, viscerale, immotivato. Dovrei piangere e non riesco. Mi trovo riversa sul letto, distesa, rigata da una lacrima.

Passano 5 minuti, o 55 anni.

Il buio, ora lo vedo il buio. Non era un silenzio, era un’assenza di luce che ci teneva lontani.

Ecco, sento io il suo dolore. È tutto vero, non e’ uno scherzo terribile, altrimenti non sentirei. Mi concentro su di lui immobile, da solo. Chissà dove, chissà perché. La mia mente proietta il suo film. Mi metto lì vicina, non so perché, non ha senso, come quasi nulla in questa vicenda oramai. Gli stringo forte con ogni mio neurone le sue mani. Le sento, le sue mani, sono certa che lui si stia aggrappando a me. So che lui ha solo me, ma non so come faccio ad esserne certa. Siamo distanti un oceano (o due ?) eppure il contatto è avvenuto.

Scorrono lacrime e non ricordo di aver pianto. E’ una vicinanza ultraterrena dalla quale mi risveglio sentendo qualcuno accanto a me. Non piango piu’.

Ritorno operativa: lo sono sempre da disperata.

Alle 7 come ogni mattina, il gatto fa capolino in camera mia. Fu la mattinata più lunga dei suoi ultimi mesi. Mi dimenticai di farlo mangiare. Avevo un altro pensiero piu’ importante.

Bambino, cerca nel profondo mentre dormi. Ascolta, da dentro: è il nostro quel piccolo respiro.

Pallina bianca, finita la musica hai iniziato a girare sul nero.

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